Domenico Tempio
Nacque a Catania il
22 agosto 1750 da Giuseppe, un mercante di legna, e da Apollonia Arcidiacono. Era il terzo
di sette figli, ed era stato destinato al sacerdozio, infatti, a tale scopo entrò nel
seminario arcivescovile, che era a quel tempo la più importante scuola della città. Né
usci all'età di 23 anni, nel 1773, e il padre, vista fallita la vocazione sacerdotale del
figlio, avrebbe voluto che diventasse avvocato, ma anche questo tentativo fallì, poiché
il giovane Domenico preferì dedicarsi agli studi umanistici.
E' una delle figure di
maggiore risalto di tutto il 700 siciliano. Visse drammaticamente gli episodi più
importanti del suo tempo, e vide nella Rivoluzione Francese la soluzione di tutti i mali
della Sicilia, ma ne rimase deluso. Nella sua poesia riversò tutti i dolori della vita e
tutte le delusioni. Tradusse alcuni
classici latini, e lesse attentamente Machiavelli e Guicciardini, insieme coi maggiori
poeti italiani da Dante fino ai suoi contemporanei. Molto presto il Tempio acquistò fama
di buon poeta e fu accolto nell'Accademia dei Palladii e nel salotto letterario del
mecenate Ignazio Paternò principe di Biscari. Dopo la morte del padre nel 1775, fu
costretto a trascurare gli studi per continuarne l'attività commerciale paterna.
Purtroppo gli affari andarono male, infatti, contrasse dei debiti, e non riuscì a raddrizzare il bilancio familiare.
Perduta anche la madre, sposò Francesca Longo, che morì nel dare alla luce una bambina.
Fu costretto a prendere una balia per la figlia, che diventò poi la sua compagna fedele e
gli diede un altro figlio, Pasquale. Morì il
4 febbraio 1820 a Catania. Dopo la sua morte ebbe una
cattiva fama, che ingiustamente ne fece un poeta ridanciano e pornografico. L'opera maggiore di
Domenico Tempio é il poema "La Caristia" (in
venti canti e in quartine di settenari), dove il poeta descrive i tumulti popolari cui
diede luogo, a Catania, la carestia del 1797-98.
L'edizione delle
poesie tempiane fu pubblicata col titolo "Operi di Duminicu Tempiu catanisi". Il poema
"La Caristia" fu pubblicato dopo la sua morte. Le poesie licenziose furono
raccolte da Raffaele Corso.
Ecco due sue poesie....
La Libirtà
Iu in una gaggia mia
Un cardidduzzu avìa,
Chi cuntinuu satava
Senza queti, e riposu
Circannu libertà. Tu si assurtatu,
Cardidduzzu, e non vidi
La tua felicità. Tu non hai dica
D'abbuscarti la spisa;
Mangi, e bivi, e non fai nudda fatica.
Chista stissa prigiuni,
Da cui cerchi a vuluni
Scappari, ti fa esenti tutti l'uri,
Di crudi Cacciaturi,
E di l'artigghj feri
Di nigghj, e di sparveri....O libertati!
(Pari, chi a mia dicissi) o quantu è cara
La bella Libertà ! Matri natura
Non putìa fari a nui
Donu chiù preziusu, o darni chiui.
Mossu dunchi a pietà
Cci dugnu libertà.
Sferra, vola cuntenti all'ariu apertu;
Ma lunga prigiunia lu fa inespertu.
Vurrìa in autu vulari, e chiù s'abbassa;
Vurrìa iri luntanu, e non s'arrassa;
E chiù supra di l'ali
Sustinirsi non po; casca, e si trova
Ntra li granfi d'un gattu, ch'osservannu
Sta sua scappata lu jia cuccìannu.
Miseru cardidduzzu
In vidirsi azziccati
L'ugna a la panza, e li scagghiuni in testa,
Grida, ma invanu: O libertà funesta !
La Libreria
Si ringrazia il
"Centro Studi Storico-Sociali Siciliani" per le informazioni fornite.