Giovanni Verga

Nacque a Catania nel 1840 e morì nel 1922. L'attività del giovane Verga fu influenzata da una formazione romantico-risorgimentale, si sviluppo e si svolse a Catania sia in campo letterario e sia in campo politico. Sbolliti gli entusiasmi politici, il Verga si dedicò esclusivamente alla letteratura e si stabilì nel 1865 a Firenze per vivere in una società più evoluta; fu poi a Milano dove frequentò gli ambienti della scapigliatura ed entrò in contatto con la letteratura realista francese. Il definitivo ritorno a Catania nel 1893 coincise con l'emergere dei lati più chiusi e provinciali della sua personalità. Infatti l'amaro scetticismo degli ultimi anni spiega il precoce inaridirsi della sua vena poetica. Nei primi romanzi del Verga ("Amore e patria","I carbonari della montagna" e "Sulle lagune", la retorica patriottica si mescola con i motivi tetri e macabri del più vieto repertorio romantico. Seguirono "La peccatrice" e la fortunata "Storia di una capinera" dove il languido romanticismo di una "storia intima" si congiunge con l'attenzione verso il tema sociale. L'incontro con la scapigliatura milanese trasformò il Verga da descrittore della società elegante a suo critico impietoso. Tra romanticismo e scapigliatura, nonostante l'argomento siciliano e rusticano, nasce il bozzetto "Nedda" nel 1874. Una decisa svolta verso il verismo è segnata dai racconti di "Vita dei campi" del 1880. Nella mitica descrizione di un mondo patriarcale si collocano le più notevoli novelle di Vita dei campi: "Jeli il pastore", struggente evocazione di di una vita semplice, vissuta a contatto con la natura, e "Rosso Malpelo", caso limite di abbrutimento e di esclusione. Il tirocinio di Vita dei campi prelude a "I Malavoglia" del 1881, che è una celebrazione epico-lirica di una società patriarcale senza tempo e senza storia. L'ultima produzione verghiana è segnata da un drammatico riflusso dal mito alla storia. Nelle "Novelle rusticane" del 1883, si dissolvono i miti malavoglieschi della casa e dell'onore e rimane un solo drammatico, assillante problema, quello della sopravvivenza. L'incupirsi del pessimismo verghiano ha il suo sbocco nel "Mastro don Gesualdo" del 1889 che continua e, contemporaneamente capovolge il discorso avviato con I Malavoglia: se il protagonista ha infatti la stessa tenacia e coerenza morale di Padron 'Ntoni condivide però con 'Ntoni l'inquietudine, l'ansia del miglioramento e la febbre dell'ascesa; ma se, a differenza di 'Ntoni, Gesualdo riesce a conseguire il riscatto economico, ancor più dolorosa è però la sua tragedia umana che si conclude nella squallida solitudine della morte. Mentre il finale de I Malavoglia esprimeva una fiducia nei miti della famiglia e dell'onore, il finale di Mastro don Gesualdo è la testimonianza di una totale e definitiva sconfitta. Tra l'uno e l'altro capolavoro si collocano "Il marito di Elena" del 1882, e le novelle milanesi "Per le vie" del 1883. Dopo il Mastro, cominciò il lungo declino dello scrittore che ricercò invano una nuova dimensione espressiva nel linguaggio teatrale.La vocazione essenzialmente narrativa del Verga non poteva essere espressa nel dialogo e nell'azione scenica, dove non trovava posto un elemento così fondamentale dell'arte verghiana come il paesaggio. Pertanto, la sua esperienza teatrale "Cavalleria rusticana","La Lupa", "Caccia al lupo" e "Caccia alla volpe", "Dal tuo tuo al mio" e "Rose caduche", si ridusse a una trasposizione della sua narrativa sulla scena.